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Terza analisi BEN - Unione Europea - Imprese

Sull’Unione Europea aleggia un sentimento ambivalente. Per un verso, è considerata una costruzione imprescindibile, di cui non si può più fare a meno. Dall’altro, appare impacciata, lenta, incapace di reazioni veloci alle sfide e a trovare una unitarietà d’intenti. In altri termini, assomiglia a un edificio che abbisogna di una ristrutturazione radicale.

Non siamo più di fronte a quel sogno europeo che aveva trovato in Maastricht(1992) un punto di riferimento nei processi di cooperazione fra i paesi aderenti, cui seguì l’introduzione della moneta unica, l’euro (2002), e il primo processo di allargamento a est (2004) dei paesi dell’ex URSS. All’unione economica non è seguito un analogo processo di effettiva integrazione politica, amministrativa e della sicurezza a livello continentale, di cui oggi si avverte la carenza. Ad appesantire la situazione, poi, sono intervenute linee d’indirizzo strategico che dire velleitarie risulta eufemistico: si pensi alla vicenda dell’automotive che ha messo in ginocchio uno dei comparti fondamentali dell’economia industriale continentale; oppure a quella energetica o della sostituzione delle caldaie a gas, su cui oggi stanno prendendo piede forti ripensamenti e retromarce nelle politiche decise; o ancora sul tema della gestione dei flussi di migranti, solo per citare alcuni esempi.

In più, l’avvento di Trump alla Casa Bianca, la sua politica dei dazi e la erratica gestione delle relazioni internazionali(si veda da ultimo il caso Venezuela), rovesciando le tradizionali alleanze USA-UE, ha disvelato tutte le difficoltà dell’Unione che appare un vaso di coccio in mezzo ai due giganti continentali (USA e Cina) e con una Russia che continua a imperversare con la guerra verso l’Ucraina. E i cahiers de doléances verso l’UE potrebbero allungarsi ancora.

Abbiamo così sondato un ampio gruppo di testimoni privilegiati (fra imprenditori e manager, interpellati da Community Research&Analysis per i Quotidiani del gruppo NEM, con il sostegno di Finergis, con BEN –Bussola dell’Economia del Nordest)per comprendere quali fossero gli effettivi orientamenti nei confronti dell’Europa.

Nel complesso, le opinioni raccolte vedono la maggioranza degli interpellati guardare positivamente all’UE e a quanto fatto fin qui. Ma sono tutt’altro che marginali quanti risultano sfiduciati. Andando per ordine: il 57,4% ritiene che l’introduzione dell’euro(2002) abbia prodotto vantaggi o creato qualche complicazione, ma fosse necessaria per l’integrazione europea. Per un terzo (34,9%), invece, gli svantaggi sono stati superiori ai vantaggi. Gli effetti dell’euro dividono equamente la platea fra chi sottolinea conseguenze negative (50,2%: costi più elevati, scambi extra UE svantaggiosi, perdita di competitività) e positive (49,8%:stabilità monetaria, bassa inflazione, integrazione mercati).

A fronte di questa polarizzazione delle opinioni, tuttavia, la grande maggioranza(70,1%) ritiene che il nostro paese non riuscirebbe a uscire dalle difficoltà economiche senza l’Europa, benché sia necessario un suo ripensamento. I due terzi degli interpellati ritiene che la prospettiva di una “Italexit” all’inglese (63,2%) sarebbe deleteria. E così pure se l’Italia non facesse parte dell’UE (61,1%). Semmai, il nostro paese si dovrebbe impegnare maggiormente per promuovere un più elevato coordinamento tra le politiche economiche nazionali (72,0%)e ottenere una maggiore flessibilità sui vincoli finanziari (60,4%).

In considerazione della particolare platea di rispondenti (imprenditori e manager), le politiche più importanti che l’UE dovrebbe perseguire in futuro riguardano i temi di natura economica: la maggiore omogeneità a livello fiscale (21,2%), seguita dal coordinamento fra le politiche industriali (15,4%), una comune politica commerciale (12,0%) e quella energetica (10,1%).

Alla fine, sommando le diverse risposte offerte, è possibile identificare un profilo degli orientamenti che sintetizzi le visioni del panel intervistato. La maggioranza dei friul-giuliani (60,5%) e dei veneti (59,9%) è “euroconvinto” ovvero mettono l’accento solo sugli aspetti positivi dell’Unione e dell’appartenenza dell’Italia. A questi si aggiunge il5,5% di veneti e il 2,6% di friul-giuliani che valuta positivamente l’UE, ma con richiesta di apportare modifiche: gli “euroflebili”. Complessivamente, quindi, una visione positiva dell’UE coinvolge i due terzi dei sondati (63,6%),soprattutto fra chi opera nel settore dell’industria (64,9%) e con imprese medio grandi(81,0% oltre 50 addetti). Si differenzia da questa impostazione quanti non sono contrari, ma ritengono che l’adesione alla UE sia ininfluente per i destini del nostro paese o in qualche modo negativi: gli “euroscettici” (21,2% in Friuli-Venezia Giulia e 18,6% in Veneto), in particolare fra chi opera nelle costruzioni (28,0%). Seguono poi gli “antieuropeisti”, caratterizzati da orientamenti totalmente negativi verso la UE (16,2%), particolarmente presenti fra chi guida microaziende (19,7%, fino a 9 addetti).

Il “sogno europeo” è alle spalle, le criticità sono evidenti. Tuttavia, per la maggioranza di imprenditori e manager del Nordest l’UE costituisce una risorsa fondamentale, seppure da rivisitare, per l’Italia per uscire dalle difficoltà economiche. Le sfide attuali sicuramente costituiscono un banco di prova per porre nuove basi alla costruzione dell’identità e architettura di una vera casa comune.

Daniele Marini

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